Le origini di questa chiesa sono molto antiche, e secondo alcuni risalgono addirittura a un periodo precedente le monarchie dei Sette Re. Furono trovati reperti di templi dedicati a Ercole Invitto e a Cerere. La zona dove sorge la chiesa era popolata da una colonia greca, e infatti Cosmedin deriva dal greco “kosmidion”, che significa ornamento.
Nel III secolo esisteva gia’ una piccola cappella. Nicolo’ I (858-867) la fece restaurare dopo che fu danneggiata da un terremoto. Distrutta dai Normanni nel 1082, fu ricostruita da Gelasio II (1118-1119) e dal successore Callisto II (1119-1124). La chiesa, piu’ volte ricostruita, fu abbandonata nel ‘600. Una pressante supplica fu inviata dal parroco di S. Maria in Cosmedin ad Alessandro VII, accompagnata da un certificato medico nel quale si attestava l’insalubrita’ della zona. Solo sotto il pontificato di Clemente XI, nel 1715, l’area fu totalmente bonificata e la facciata della chiesa ricostruita. Durante il papato di Callisto II, verso la fine dell’Ottocento, furono rimosse tutte le sovrastrutture settecentesche, e fu costruito un protiro che precedeva il portico, insieme al campanile con sette ordini di bifore e trifore.
L’interno e’ diviso in tre navate. Al centro la Schola Cantorum risalente al XII-XIII secolo, con il pavimento cosmatesco. Cosmateschi sono anche il ciborio, il candelabro pasquale, gli amboni e la cattedra episcopale. Nella sacrestia e’ conservato un frammento di mosaico raffigurante l’Epifania risalente al periodo di Giovanni VII (706-707). La cripta, ricavata da un solo blocco di tufo che faceva parte dell’antica costruzione pagana del tempio di Ercole, e’ suddivisa in tre piccole navate da altrettante colonne per parte. Sul fondo c’e’ una piccola abside con altare.
Sulla parete sinistra del portico di ingresso e’ collocata la famosa Bocca della Verita’, forse un antico chiusino di ispezione delle canalizzazioni sotterranee, dal momento che sotto passa la Cloaca Massima. La maschera potrebbe essere stata utilizzata anche come raccoglitore nel quale venivano depositate, attraverso la bocca, le offerte dedicate al dio. Piu’ suggestiva e’ l’ipotesi che ha reso famosa quest’opera di non particolare interesse artistico: secondo una leggenda popolare medievale, che fa parte ormai della tradizione, tutti i bugiardi che avessero introdotto la mano nella fessura se la sarebbero vista mozzare. Questa leggenda e’ servita da spunto per numerosi racconti e poesie tra le quali il famoso sonetto del Belli di seguito riportato:
In d’una chiesa sopra a ‘na piazzetta
un po’ ppiù ssù de Piazza Montanara
pe la strada che pporta a la salara,
c’è in nell’entrà una cosa benedetta.
Per ttutta Roma quant’è larga e stretta
nun poterai trovà cosa ppiù rara.
E’ una faccia de pietra che tt’impara
chi ha detta la bucia, chi nu l’ha detta.
S’io mo a sta faccia, c’ha la bocca uperta,
je ce metto una mano e nu la striggne,
la verità da me ttiella pe certa.
Ma ssii fficca la mano uno in bucia,
éssi sicuro che a ttirà né a spiggne
quella mano che lì nun viè ppiù via.